IL LAVORO DEVE ESSERE DI TUTTI (Francesco Lo Sardo: Interventi parlamentari 1925/1926) A cura di Sebastiano Saglimbeni

RICORDANDO L’AMICO E COMPAGNO MATTEO STERI

FRANCESCO LO SARDO

IL LAVORO DEVE ESSERE DI TUTTI
(Interventi parlamentari 1925/1926)

A cura di Sebastiano Saglimbeni

PREMESSA

Vitae suae non fidei oblitus
obliviscendus nulli.

cropped-9-novembre-1943-il-discorso3.jpg“Dimentico della propria vita, non della fede,/ nessuno lo dimentichi”. La versione, questa, della sopraddetta epigrafe scritta dall’umanista Concetto Marchesi perché non fosse dimenticato il suo amico e compagno di ardue battaglie Francesco Lo Sardo. Si legge tuttora, entrando, subito a sinistra, incisa sulla lapide del sepolcro nel Gran Camposanto di Messina. La locuzione “obliviscendus nulli” risuona, nella lingua dei padri latini, come un ammonimento del grande combattivo umanista, ed ha difatti esortato, non pochi, a ricordare Lo Sardo, la cui immagine umana e politica, conseguentemente, non è naufragata nell’oblio.
Il sottoscritto, che cura questo titolo – una rara pagina di storia coraggiosa pronunciata durante quella criminalità fascista al potere -, è uno che ha creduto di dedicare e di divulgate la vicenda di Lo Sardo, ignobilmente, post mortem, ancora offeso quando l’1 agosto del 1979 pervennero a Messina le spese di giustizia al nipote medico Salvatore Lo Sardo che subito volle saldare per riguardo alla memoria dello zio e perché non si potesse dire che avesse lasciato dei debiti con il fascismo. La giornalista del quotidiano “la Repubblica”, Daniela Pasti, scriveva, a proposito, fra l’altro: “A Francesco Lo Sardo, deputato comunista morto nel 1931 in carcere, dove scontava una condanna inflittagli dal Tribunale Speciale, l’Italia antifascista ha dedicato una piazza a Messina e lo ha dichiarato martire del fascismo. Dopo quasi cinquant’anni della sua morte l’Italia della burocrazia, nel luglio del 1979, ha ingiunto al nipote di Francesco Lo Sardo di pagare le 49.400 lire di spese sostenute dal Tribunale Speciale per il processo. L’Italia della burocrazia può essere insieme crudele, assurda e come il personaggio di una commedia di Beckett”.
Dopo quella data, l’1 agosto 1979, il sottoscritto ha editato il libro Nessuno lo dimentichi, fatto scrivere all’ottantenne Francesco Lo Sardo (Ciccino), nipote del martire, e successivamente, con il titolo Epistolario dal carcere, tutte le lettere che il prigioniero del regime aveva spedito ai parenti dalle carceri: Messina, Catania, Roma, Sassari, Oneglia, Turi di Bari e Poggioreale. E quindi in memoria i patimenti di un uomo privato della libertà e sofferente.
Dalla divulgazione di questi due libri sono apparse su giornali locali e nazionali diverse note, a firma di F. Ferri, di F. Renda, di L. Valiani, di G. Buosi, di U. Ronfani, di Jean Pierre Jouvet, di Simona Mafai e di altri. Ferdinando Cordova, ordinario di Storia contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma, ha assegnato una tesi di laurea su Francesco Lo Sardo alla sua studentessa Daniela Brignone. Il bibliofilo Matteo Steri, fondatore dell’Archivio Concetto Marchesi a Cardano al Capo, l’ha pubblicata, in quanto un lavoro di ricca e minuziosa ricerca, in tiratura limitata, nel 2006. Ma su Lo Sardo e sul suo percorso di politico già si leggevano gli interessanti contributi a firma di G. Cerruto, di S. F. Romano, di G. Procacci, di E. Tuccari, di A. Bisignani e di G. Miccichè.
Ora in edizione, per ancora intensificare la memoria di Lo Sardo e della sua vigorosa azione di parlamentare, con il titolo Il lavoro deve essere di tutti, che è un’estrazione di un tratto dei suoi interventi pronunciati alla Camera dei deputati dall’aprile 1925 al giugno 1926. Cinque mesi dopo, l’instancabile resistente alla dittatura venne fatto arrestare e fatto morire il 30 maggio del 1931 per mancanze, volutamente, di cure, a Poggioreale di Napoli, ultima carcerazione dopo sei penosamente subite. Tra queste, la penultima, quella di Turi di Bari, dove aveva rivisto il suo compagno “deputato decaduto” Antonio Gramsci ed altri antifascisti colpiti dal regime. Tra questi, Sandro Pertini.

CULTURA POLITICA E CORAGGIO (1)

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Francesco Lo Sardo – 1924 – Parlamento

Quando Francesco Lo Sardo venne eletto deputato nel 1924 in Sicilia, candidato, tra i terzinternazionalisti, nella lista del Pcd’I, aveva compiuto 53 anni, essendo nato a Naso, in provincia di Messina, il 22 maggio 1871. A lui, dei 10.840 voti andati alla lista, ne attribuirono 5051.
Alcuni anni prima di questo traguardo, Lo Sardo era ritornato dalla prima guerra mondiale “con tutta la foga generosa dell’altra battaglia, a quella che si combatte in ogni angolo della terra dove l’iniquità indossa l’abito della giustizia e il delitto assume il nome di civiltà”(2). Lo Sardo già si contraddistingueva per un trentennio di cultura, oltre che giuridica, umanistica, sindacale e politica. Iniziata, quella politica, all’età di 15 anni, mentre studente a Messina, dove era sorto nel 1886 il Circolo anarchico-socialista, dedicato ad Amilcare Cipriani. Ne era stato fondatore il ventenne Giovani Noè, che sarà eletto deputato nel 1900 appoggiato dai partiti popolari. In quella Messina di fermenti libertari in nome dell’uguaglianza e della giustizia, Lo Sardo, ventenne, emergerà per aver fondato nella sua comunità il Fascio dei Lavoratori. Subirà, il 23 gennaio 1894, in seguito allo stato di assedio del Governo Crispi, il domicilio coatto alle Isole Tremiti. Gli studenti, soprattutto i compagni di studi, che protestarono e minacciarono di trasferirsi in altra Università, firmarono con i professori una petizione all’allora Ministro degli Interni. Si chiedeva, con questa, l’immediata scarcerazione. E successive esperienze politiche ed altri brevi arresti di Lo Sardo. Ne parlarono i giornali siciliani e anche quelli napoletani. Continua a leggere

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SINTONIA CON SEBASTIANO SAGLIMBENI

di Franca Sinagra Brisca
sinagra-francaIntrattengo dalla mia Sicilia con Sebastiano Saglimbeni una relazione tecnologica, fatta di rade e-mail alternate a telefonate simili a quelle che si ricevono dai parenti d’oltreoceano, ricche di affettività colloquiale e gioiosa, con aggiornamento sui temidella nostra salute sempre a rischio, e sul lavoro creativo e nutriente; telefonate ricchissime di vitalità, che si concludono sempre con reciproci appelli a star saldi fra i marosi della quotidianità e con i saluti finali come se potessimo gesticolare la cordialità con lo sventolio di una mano. C’è sintonia tra il mondo ideale di Saglimbeni e la mia esperienza emotiva, forse perché ambedue segnati dalla Sicilia mitica dell’infanzia, dove solo io sono tornata a vivere, non lui che si è radicato da tempo a Verona. Vincenzo Consolo, amico di Sebastiano, scrisse che non si nasce in un luogo impunemente. Nonostante impennate anarchiche, ironie provocatorie, indagini irritanti e polemiche in veste socratica, traspare negli scritti del mio amico Saglimbeni una dolcezza incontenibile, un’estasi onnipresente, che scaturisce dalla memoria di campagne curate dalla sapiente mano umana, umanità che lavora in un tutt’uno col paesaggio, vissuto in origine e concretamente, nell’armonia della sua infanzia: lì è il fanciullino poeta, nato alla socialità stando accanto al padre contadino nel sole dorato del suo piccolo vigneto. Da un’aura mediterranea che potrebbe anche, con Carducci, farci sentire le cicale frinire, oppure le note della siringa di Pan l’eterno, scaturisce una sicura adesione sentimentale e costruttiva dell’uomo.

G.Valgimigli 2000

da sinistra: Mario Geymonat, Sebastiano Saglimbeni, Giorgio Valgimigli, Cosimo Cerardi… ACM Gallarate Concetto 2000

Saglimbeni ha attuato una scelta di vita di progresso, più simile all’ultimo ‘NtonineI Malavoglia, e da Verona per me a ogni contesto umano, e soprattutto espressivo, dell’afflato che fa emanare a un se stesso creativo, a quell’Isolamondo / Sicilia-paese natio, in cui direi che il suo spirito vive da sempre agiatamente e a pieno titolo.Traduttore elegante di alcuni classici latini e greci, “discepolo” di Tito Lucrezio Caro, questo Saglimbeni è entrato a far parte dei poeti che, traducendo si sono riappropriati della raffinatezza classica e l’hanno riprodotta per sé e il lettore nella loro poesia moderna, mutando le forme della lingua ma non gli assunti stilistici. Destino ineluttabile, questo, per i discendenti degli abitanti della Magna Grecia, come successe al corregionale Quasimodo, di riscoprire innamorati la particolare proporzione classica fra sentimento, ritmo e purezza della parola, con una riappropriazione di uno stile di pensiero e quindi di vita. I classici fanno della sua poesia, delle traduzioni e dei commenti, delle prose, una panacea intellettuale che attraversa il tempo e le stratificazioni ambientali, prendendo vigore dai campi e dalla creatività popolare contadina, palinsesto di storia e culture. Saglimbeni ha tradotto tutto Virgilio, le favole di Fedro. Di quest’ultima fatica, Newton Compton di Roma ha pubblicato, in 20 anni, quattro edizioni. Poi, Saglimbeni, con l’editorial Melvin di Caracas, ha pubblicato una traduzione dei frammenti e delle liriche di Alceo e Saffocon il titolo Amaranti di Lesbo. Credo che lasuaconoscenza della letteratura, non solo italiana, sia vasta. Il suo stile, come poeta, riecheggia, a volte,quello del poeta statunitense Walt Whitman. Saglimbeni, come un maestro, mi ha incitato alla scrittura e me la richiede, lui che ha insegnato realmente nelle scuole del Nord e del Sud, che ha frequentato maestri del secondo Novecento, come Paolo Volponi, Roberto Roversi, Mario Geymonat ed altri. Diversi anni fa, in Sicilia, candidato al Senato, l’ho votato, prima di conoscerlo personalmente, e ancora sono convinta della giustezza di quel mio mandato a rappresentare un progetto politico irrinunciabile anche per lui, sebbene oggi sembri in disuso. Non è un caso che a lui si debba la riscoperta delle lettere che dal carcere l’on. Francesco Lo Sardo, comunista siciliano martire dell’antifascismo, inviò ai familiari. Alla memoria di questi, io stessa imbeccata da Saglimbeni, ho dedicato per molto tempo la mia disponibilità. Saglimbeni, dopo la ricoperta di Lo Sardo, ha riaffacciato alla memoria degli Italiani il latinista Concetto Marchesi. Per il trentennale della sua scomparsa aveva curato e pubblicato i discorsi che il latinista aveva pronunciato, dal 1948 al 1957, alla Camera dei deputati, dov’era approdato come parlamentare. Nonostante l’incalzare dell’età, Saglimbeni continua a coltivare ed esercitare vivacemente il suo impegno civile, riconoscibile in tutta la sua opera, nella sostanza creativa delle sue immagini poetiche, nella prosa fluente di ambientazione e di forza vitale ragionatrice, sempre realistica. Succede, semel in anno, che la terra veneta ci avvicini fisicamente, per trascorrere due brevi ore in uno dei caffè nella “sua” Verona, dove è di casa in piazza Bra. Ed èsempre fonte di serenità scoprire quanto egli ami sentire intorno a sé la vitalità dell’amicizia, praticata in quel suo insediarsi a lungo nei caffè, affabile nel lasciarsi avvicinare da chiunque e godere della curiosità suscitata, farsi interrogare e stimolare, riconoscere vecchie conoscenze, condividerle e farne di nuove. E l’incontro diventa un’epifania, un discorrere incessante, un premuroso e fervido commercio d’intenti culturali. Dei suoi scritti e del suo parlare, letteralmente mi ammalia la percezione, immediata, della schiettezza morale, dell’orizzonte positivo e vitale, della tensione progettuale pur nel rigore dell’analisi. Homo novus atque classicissimus è l’amico Sebastiano Saglimbeni.

Franca Sinagra Brisca
31 luglio 2016

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L’UMANISTA MARCHESI, IN MEMORIA

di Sebastiano Saglimbenisebastiano ritratto

Quando, all’inizio del 1950, a Messina rinasce, dopo un lungo silenzio obbligato, il periodico politico Il Riscatto, alcuni esponenti della sinistra comunista informano Concetto Marchesi che, in risposta, scrive una bella pagina di cui vale citare alcuni tratti che recitano: “Risorga Il Riscatto di Noè e di Lo Sardo e denunci la malavita che fermenta in questa Repubblica clericale (…). Ricordo gli anni lontani di Messina.

Francesco Lo Sardo dalle trincee della prima guerra mondiale tornava con tutta la foga generosa all’altra battaglia, a quella che si combatte ancora in ogni angolo di terra dove l’iniquità indossa l’abito della giustizia e il delitto assume il nome di civiltà (…). Seguivo molte volte quell’uomo che non conobbe mai stanchezza…”. Marchesi così ha ricordato gli anni quando insegnava a Messina, anni struggenti di fede e battaglie condotte assieme ad uomini come Francesco Lo Sardo, politico, eletto deputato al Parlamento nel 1924 ed arrestato nel 1926, lo stesso giorno che viene arrestato Antonio Gramsci, pure deputato. Continua a leggere

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Il senso sognante della vita

Segnaliamo un libro di poesie presentato la sera del 29 dicembre 2015 a Milazzo (ME), importante perché scritto da una delle ultime staffette partigiane ancora viventi, la toscana Eliana Giorli sposata La Rosa. I figli hanno raccolto le poesie scritte nell’arco di una vita su foglietti sparsi, ne hanno operato una scelta e quindi la pubblicazione. 

Anteprima alla celebrazione del 25 aprile 2016
Di Franca Sinagra BriscaSinagra Franca

La staffetta partigiana Eliana Giorli ci consegna in un libro di poesie il fuoco sacro de“Il senso sognante della vita”

“Il senso sognante della vita” è un verso scelto a intitolare questa raccolta di poesie civili, risultato degli scritti poetici della compagna Eliana prodotti durante tutto l’arco della sua lunga vita, e curata da Graziella Giorgianni. Il senso sognante della vita coincide con il senso consapevole e progettato sia delle speranze politiche attuate, che di quelle tradite e di quelle sospese da perseguire in futuro, perché in tutte le composizioni lo sguardo sociale coincide con la vita individuale dell’autrice. Continua a leggere

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CINQUANTA ANNI FA MORIVA ELIO VITTORINI, INTERPRETE DELLA CRISI DEI NOSTRI TEMPI.

Elio+Vittorini,+1964Cosa rimane di quei giorni e delle nostre lotte?
Vorrei cominciare con questo quesito il presente scritto, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Elio Vittorini, l’autore del secolo scorso che più di tutti ha messo in luce, con veridicità talvolta assai cruda, la realtà degli afflitti e degli oppressi. Uomo dalla forte etica antifascista, morì nel 1966 e, seguì in questo triste destino, a esattamente nove anni di distanza, il suo conterraneo Marchesi, con il quale condivise ideali e valori.

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PRESENTAZIONE LIBRO AVIATORI ROCCALUMERESI

Video della presentazione dell’ultimo titolo dell’Archivio Concetto Marchesi redatto da Matteo Steri, giovedì 27 agosto 2015, presso l’ARCHIVIO CONCETTO MARCHESI Via S. Cosimo, 8 Sciglio ROCCALUMERA

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ROCCALUMERA: PROPOSTA DI UNA VIA A MATTEO STERI

DA:   http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/testimoni/Ricordi_1442955059.htm

di Sebastiano Saglimbeni

MATTEO STERI iniziativa con Diliberto 2Su Matteo Steri, avvocato civilista, giudice onorario e bibliofilo, che visse in Lombardia, a Cardano al Campo, dove pure venne eletto primo cittadino, ho ancora scritto: mentre in vita e subito dopo che ci ha lasciati alla fine del 2014. L’ho fatto perché – come recita un proverbio – “dove c’è scritto leggere si vuole”. Continua a leggere

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