È MORTO IL PARTIGIANO JOHN

john-fCi ha lasciato dopo una lunga malattia l’amico della ACMG, Antonio Angelo Balzarini (Partigiano John), testimone attraverso il suo libro LE BRIGATE GARIBALDI 127A E 181A NEL GALLARATESE E IL PARTIGIANO JOHN (edito dalla ACMG) delle vicende resistenziali della nostra zona. Riportiamo qui di seguito uno stralcio del suddetto libro, poiché riteniamo non possa esserci migliore encomio per dargli il nostro ultimo saluto e abbraccio fraterno:

“Si conclude così il racconto basato sui ricordi del partigiano John, che vede la luce per la insistenza di alcuni amici. John quasi non avrebbe voluto, per la riservatezza che lo ha sempre distinto; infatti la sua preoccupazione è stata sempre quella di non parlare di sé.
Le vicende vissute da partigiano sono esposte con grande semplicità, quasi come sono uscite dalle sue labbra, con linguaggio corrente, senza pretese linguistiche, ma con sincero trasporto, ancora vive nella sua lucida memoria.
Quale che sia il risultato, dobbiamo essere grati a chi ci ha consentito di stendere queste memorie, che forse non rendono appieno i rischi e i pericoli che comportavano. È vero, la Resistenza è stata una lotta di popolo, ma è stata anche una lotta di piccoli gruppi, di singoli combattenti, come la 127a e 181 a e di giovani guidati dagli ideali di libertà e giustizia, come “John”, “Piccolo” e tanti altri.scansione0001
La Vittoria della Resistenza è stata possibile anche grazie al loro impegno, spesso anonimo, ma sempre considerato un insopprimibile dovere.”

L’Associazione Concetto Marchesi di Gallarate si unisce al cordoglio per la scomparsa del partigiano e si stringe al dolore dei famigliari.

John, che la terra ti sia lieve.

Gallarate 16 febbraio 2017

ACMG

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A 60 anni dalla sua scomparsa: VIVA CONCETTO MARCHESI!

 

 

C. MarchesiVIVA CONCETTO MARCHESI!

DA: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/cultura/Profili_1487096233.htm

di Sebastiano Saglimbeni

sebastiano ritrattoA Concetto Marchesi, un grande italiano, nella definizione dello storico Silvio Pozzani, sono stati dedicati in Italia scuole, strade, circoli ed associazioni culturali. È molto nota e fertile di incontri, l’omonima Associazione a Gallarate, fondata dal giudice onorario Matteo Steri e Osvaldo Bossi.

“Marchesi, un umanista nella continua meditazione sulla storia esemplare di Roma antica aveva appreso, come Machiavelli, a conoscere le passioni e le opere, le virtù e i vizi degli attori sul proscenio, dei dominatori, dei vincitori, degli amici e dei servi dei vincitori”. Lo ricordava in alcuni scritti di un tempo, ora in Etica e politica/ Scritti di impegno civile (I Meridiani, Mondadori, 2009), Norberto Bobbio. L’umanista nasce in Sicilia, a Misterbianco, nel 1878. Mentre studente, pubblica nel 1898 presso l’editore Giannotta di Catania Duo Codices Neveleti. L’anno seguente, appena conseguita la laurea a Firenze, pubblica per lo stesso editore La vita e le opere di Elvio Cinna. Un lavoro, questo, che segna l’ impegno del latinista, scopritore, sino alla vigilia della sua morte, avvenuta a Roma il 12 febbraio 1957, di scritture classiche latine mal note e sconosciute. La sua Storia della letteratura latina, edita da Principato di Messina nel 1925, oggi, a sessant’anni dalla sua morte, resta, come scrisse il grecista Manara Valgimigli,“un monumento insigne per straordinaria ricchezza di acume psicologico e di umana esperienza”. Negli anni che vanno dal 1903 al 1908, Marchesi vive a Messina ove insegna in un liceo classico. Qui si accompagna a Francesco Lo Sardo, futuro deputato, eletto nel 1924 nella lista del Pcd’I, fatto arrestare due ani dopo, la sera dell’8 novembre, dal regime fascista e fatto morire nel 1931, per mancanza di cure, nel carcere a Poggioreale. Marchesi scriverà per la pietra sepolcrale di questo martire antifascista l’epigrafe che recita: “Vitae suae non fidei/oblitus obliviscendus nulli” (Dimentico di sé, non della fede, nessuno lo dimentichi). Nello stesso anno 1908, evitando il terremoto, che causò circa centomila morti, tra Messina e Reggio Calabria, si trasferisce a Pisa dove diventa consigliere comunale democratico. Sette anni dopo, nella stessa città, dimostrano i netturbini per il salario e lo scelgono come rappresentante democratico. Scrive il suo biografo Ezio Franceschini: “Non prese parte alla vita clandestina attiva quando, durante il fascismo, il partito fu messo al bando, ma senza nascondere le proprie idee, visse isolato divenendo centro di attrazione per molti”. Questa scelta di Marchesi, denigrata da quella nomenclatura comunista, durò dal 1923 al 1943. Ma, a proposito, si può dare una spiegazione: egli, come insegnante e come rettore, non avendo abbandonato l’Università, il suo posto, da dove, in qualche modo, poteva resistere, credeva, con il suo insegnamento, con la sua immagine fisica, di compiere un’azione ancora più forte, seppure rischiosa, contro la dittatura fascista. Sarà chiarito tutto nel suo discorso inaugurale dell’anno accademico 1943-‘44 tenuto nell’aula magna dell’Università di Padova il 9 novembre e, dopo, con l’ Appello agli studenti, scritto il 28 novembre 1943 e divulgato il messe successivo. Norberto Bobbio, prima ricordato, che era in quell’anno cruciale un giovane insegnante all’Università di Padova e faceva parte del rettorato, giudicò quell’Appello agli studenti, “uno dei documenti più famosi della Resistenza”. All’età di 66 anni, Marchesi abbandona il rettorato patavino e vive clandestino, tra la Svizzera e Milano, dove scrive la Lettera aperta al senatore Giovanni Gentile, una ferma e intransigente risposta a un articolo del “Corriere della sera”, a firma del filosofo, che invitava gli italiani ad una pacificazione. In questo periodo firma pagine sulla guerra di Liberazione, pagine che si leggono di alto livello linguistico e storico, come pure I discorsi, che più tardi, quando sarà deputato, pronuncerà al Parlamento dal 1948 al 1957 e divulgati nel 1986, a trent’anni dalla sua morte, grazie all’allora Presidente della Camera Nilde Iotti, che li ha fatti pervenire alla direzione delle veronesi Edizioni del paniere, perché venissero editati. Fu Marchesi ad interpretare la Resistenza come un altro Risorgimento sebbene i suoi primordi siano stati disordine e torbidezza.
Nel 1946, Marchesi viene eletto deputato per l’Assemblea Costituente nella Circoscrizione di Verona con 9574 preferenze e, successivamente, per il primo e il secondo Parlamento, nella circoscrizione di Venezia. Il suo lavoro di parlamentare è più rivolto alla Scuola, alla palingenesi di questa. In una relazione alla Camera del 19 maggio del 1954, denunciando, sottolinea: “ È bene che la dittatura di talune persone finisca (…)”. Alcuni anni prima, nel 1948, aveva criticato aspramente il numerus clausus nelle Università. “Il numerus clausus? No!”, aveva gridato. “Non coi reticolati si difende la scienza; e non vogliamo trincee nemiche per la gioventù italiana, che ha tanto sofferto per opera degli anziani”, aveva proseguito. Marchesi al Parlamento sostiene le opere d’arte, come la “Farnesina”, la villa di Agostino Chigi, in uno stato di fatiscenza. “Da tutte le parti del mondo si viene a vedere i capolavori architettonici e pittorici italiani; forse tra non molto potranno venire a vedere le rovine di non pochi di essi”, scrive nel suo “Ordine del Giorno” dell’ 8. 4. 1954. E continua, sottolineando l’incuria che si era abbattuta sulla “Farnesina”: “Vi è una villa qui a Roma, ch’Ella conosce certamente, signor Ministro, un purissimo capolavoro architettonico del primo Cinquecento, che il Vasari diceva non costruito sulla terra ma nato, spuntato dalla terra”. In altri luoghi dei suoi scritti, in nome della libertà, scrive: “La libertà è distrutta dalla più bestiale tirannia: i cattolici, i laici e i sacerdoti, i liberali borghesi che non abbiano rinnegato la dignità del vivere civile, resistono all’oppressione”. Questo, fra l’altro, a distanza di 60 anni dalla scomparsa dell’umanista e politico, ci rimane e che ancora meglio si può definire con le parole di Bobbio. Si sentano: “Non era soltanto uno studioso, uno dei maggiori nel suo tempo: era un uomo che aveva una visione tragica, ma non disperata. Egli stesso si descriveva come uno che aveva l’anima dell’oppresso, ma non la rassegnazione”.
Si accennava alla sua Storia della letteratura latina. Tanti studenti dei Licei classici e scientifici e delle magistrali, soprattutto durante il secolo scorso, appresero molti nomi ed opere di scrittori latini, da Ennio agli apologisti. Ammiratissima l’opera di Agostino di Tagaste da un Marchesi ateo. Nelle ultime pagine della Storia della letteratura latina, Marchesi conclude sulla grandezza della lingua latina di cui scrive: “Quando sorge la grande letteratura romana, da Plauto a Lucrezio, a Tertulliano, ad Agostino, la Grecia non dà quasi più nulla che possa superare le opere e le personalità del genio latino”.

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Lastoria dei Lager ritorna nei riconoscimenti d’Onore della Repubblica. Medaglia d’Onore al soldato IMI avv. Fortunato Germanotta.

Riceviamo e pubblichiamo volentieri l’articolo, inviatoci dall’amica della Associazione Concetto Marchesi Franca Sinagra Brisca,  sulla Medaglia d’Onore attribuita il 27 gennaio in occasione della giornata per la Shoah e consegnata ai figli dal Prefetto di Messina, a un soldato IMI, l’avvocato Fortunato Germanotta da Naso (ME). Fu un compagno iscritto al PCI nella federazione dei Nebrodi, al suo funerale, in tanti hanno partecipato indossando sotto la giacca un simbolo rosso. Quello dei soldati italiani prigionieri di guerra, deportati, dopo l’armistizio con gli Inglesi, nei campi di concentramento e sottoposti a ogni forma di umiliazione e di violenza è un altro volto drammatico della Seconda Guerra Mondiale. La storia di Fortunato Germanotta, è quella di uno dei tanti soldati divenuti improvvisamente solo un numero, uccisi dalla fame, dal freddo, dalle punizioni subite, così disperati, a volte, da preferire il suicidio. Forte d’animo, Fortunato Germanotta riuscì a resistere e, liberato nel ’45, tornò a casa, portando dentro di sé  i segni di un’esperienza terribile ma orgoglioso di non essersi piegato al volere dei nazisti.

La storia dei Lager ritorna nei riconoscimenti d’Onore della Repubblica. Medaglia d’Onore al soldato IMI avv. Fortunato Germanotta.

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Verso della medaglia – Nome e Cognome sono incisi sul retro

di Franca Sinagra Brisca

L’11 maggio 2006 il presidente Napolitano istituì una commissione per l’assegnazione delle Medaglie d’Onore ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra. Continua a leggere

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Gallarate il PCI ricorda i compagni Nino Cattaneo e Matteo Steri – il comunismo non è ignoranza, di M.S.

Domenica 22 gennaio 2017 presso la Cuac di via Torino 64, la sezione locale del rinato PCI, ha ricordato due compagni “conferendo ai famigliari  le tessere e gli attestati alla memoria, come riconoscimento del valido contributo dato dai compagni Nino Cattaneo e Matteo Steri alla ricostruzione del Partito Comunista Italiano e per l’impegno profuso per la sua riuscita”, il resoconto della mattinata è riportato sul sito della Federazione Varesina del PCI:

 https://pcifederazionevarese.wordpress.com/2017/01/23/gallarate-chiusura-del-tesseramento-2016-avanti-col-pci/

gaetano-nino-cattaneoHPIM1113Nino Cattaneo e Matteo Steri, due vite per il comunismo, a loro il riconoscimento della Associazione Concetto Marchesi di Gallarate.

Due compagni impegnati per un comune ideale di giustizia, libertà, uguaglianza, per un mondo senza oppressi, sempre collocati dalla parte dei più deboli, per una società diversa, giusta, una società comunista… Continua a leggere

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BUONE FESTE E BUON ANNO

L’ASSOCIAZIONE CONCETTO MARCHESI DI GALLARATE AUGURA A TUTTE E A TUTTI BUONE FESTE E BUON ANNO

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A partire dal gennaio 2017: … ricominciamo la pubblicazione integrale, su questo sito e con cadenza periodica, di: “Altri scritti” di Concetto Marchesi… e altre novità editoriali.

ASSOCIAZIONE CONCETTO MARCHESI GALLARATE

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IL LAVORO DEVE ESSERE DI TUTTI (Francesco Lo Sardo: Interventi parlamentari 1925/1926) A cura di Sebastiano Saglimbeni

RICORDANDO L’AMICO E COMPAGNO MATTEO STERI

FRANCESCO LO SARDO

IL LAVORO DEVE ESSERE DI TUTTI
(Interventi parlamentari 1925/1926)

A cura di Sebastiano Saglimbeni

PREMESSA

Vitae suae non fidei oblitus
obliviscendus nulli.

cropped-9-novembre-1943-il-discorso3.jpg“Dimentico della propria vita, non della fede,/ nessuno lo dimentichi”. La versione, questa, della sopraddetta epigrafe scritta dall’umanista Concetto Marchesi perché non fosse dimenticato il suo amico e compagno di ardue battaglie Francesco Lo Sardo. Si legge tuttora, entrando, subito a sinistra, incisa sulla lapide del sepolcro nel Gran Camposanto di Messina. La locuzione “obliviscendus nulli” risuona, nella lingua dei padri latini, come un ammonimento del grande combattivo umanista, ed ha difatti esortato, non pochi, a ricordare Lo Sardo, la cui immagine umana e politica, conseguentemente, non è naufragata nell’oblio.
Il sottoscritto, che cura questo titolo – una rara pagina di storia coraggiosa pronunciata durante quella criminalità fascista al potere -, è uno che ha creduto di dedicare e di divulgate la vicenda di Lo Sardo, ignobilmente, post mortem, ancora offeso quando l’1 agosto del 1979 pervennero a Messina le spese di giustizia al nipote medico Salvatore Lo Sardo che subito volle saldare per riguardo alla memoria dello zio e perché non si potesse dire che avesse lasciato dei debiti con il fascismo. La giornalista del quotidiano “la Repubblica”, Daniela Pasti, scriveva, a proposito, fra l’altro: “A Francesco Lo Sardo, deputato comunista morto nel 1931 in carcere, dove scontava una condanna inflittagli dal Tribunale Speciale, l’Italia antifascista ha dedicato una piazza a Messina e lo ha dichiarato martire del fascismo. Dopo quasi cinquant’anni della sua morte l’Italia della burocrazia, nel luglio del 1979, ha ingiunto al nipote di Francesco Lo Sardo di pagare le 49.400 lire di spese sostenute dal Tribunale Speciale per il processo. L’Italia della burocrazia può essere insieme crudele, assurda e come il personaggio di una commedia di Beckett”.
Dopo quella data, l’1 agosto 1979, il sottoscritto ha editato il libro Nessuno lo dimentichi, fatto scrivere all’ottantenne Francesco Lo Sardo (Ciccino), nipote del martire, e successivamente, con il titolo Epistolario dal carcere, tutte le lettere che il prigioniero del regime aveva spedito ai parenti dalle carceri: Messina, Catania, Roma, Sassari, Oneglia, Turi di Bari e Poggioreale. E quindi in memoria i patimenti di un uomo privato della libertà e sofferente.
Dalla divulgazione di questi due libri sono apparse su giornali locali e nazionali diverse note, a firma di F. Ferri, di F. Renda, di L. Valiani, di G. Buosi, di U. Ronfani, di Jean Pierre Jouvet, di Simona Mafai e di altri. Ferdinando Cordova, ordinario di Storia contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma, ha assegnato una tesi di laurea su Francesco Lo Sardo alla sua studentessa Daniela Brignone. Il bibliofilo Matteo Steri, fondatore dell’Archivio Concetto Marchesi a Cardano al Capo, l’ha pubblicata, in quanto un lavoro di ricca e minuziosa ricerca, in tiratura limitata, nel 2006. Ma su Lo Sardo e sul suo percorso di politico già si leggevano gli interessanti contributi a firma di G. Cerruto, di S. F. Romano, di G. Procacci, di E. Tuccari, di A. Bisignani e di G. Miccichè.
Ora in edizione, per ancora intensificare la memoria di Lo Sardo e della sua vigorosa azione di parlamentare, con il titolo Il lavoro deve essere di tutti, che è un’estrazione di un tratto dei suoi interventi pronunciati alla Camera dei deputati dall’aprile 1925 al giugno 1926. Cinque mesi dopo, l’instancabile resistente alla dittatura venne fatto arrestare e fatto morire il 30 maggio del 1931 per mancanze, volutamente, di cure, a Poggioreale di Napoli, ultima carcerazione dopo sei penosamente subite. Tra queste, la penultima, quella di Turi di Bari, dove aveva rivisto il suo compagno “deputato decaduto” Antonio Gramsci ed altri antifascisti colpiti dal regime. Tra questi, Sandro Pertini.

CULTURA POLITICA E CORAGGIO (1)

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Francesco Lo Sardo – 1924 – Parlamento

Quando Francesco Lo Sardo venne eletto deputato nel 1924 in Sicilia, candidato, tra i terzinternazionalisti, nella lista del Pcd’I, aveva compiuto 53 anni, essendo nato a Naso, in provincia di Messina, il 22 maggio 1871. A lui, dei 10.840 voti andati alla lista, ne attribuirono 5051.
Alcuni anni prima di questo traguardo, Lo Sardo era ritornato dalla prima guerra mondiale “con tutta la foga generosa dell’altra battaglia, a quella che si combatte in ogni angolo della terra dove l’iniquità indossa l’abito della giustizia e il delitto assume il nome di civiltà”(2). Lo Sardo già si contraddistingueva per un trentennio di cultura, oltre che giuridica, umanistica, sindacale e politica. Iniziata, quella politica, all’età di 15 anni, mentre studente a Messina, dove era sorto nel 1886 il Circolo anarchico-socialista, dedicato ad Amilcare Cipriani. Ne era stato fondatore il ventenne Giovani Noè, che sarà eletto deputato nel 1900 appoggiato dai partiti popolari. In quella Messina di fermenti libertari in nome dell’uguaglianza e della giustizia, Lo Sardo, ventenne, emergerà per aver fondato nella sua comunità il Fascio dei Lavoratori. Subirà, il 23 gennaio 1894, in seguito allo stato di assedio del Governo Crispi, il domicilio coatto alle Isole Tremiti. Gli studenti, soprattutto i compagni di studi, che protestarono e minacciarono di trasferirsi in altra Università, firmarono con i professori una petizione all’allora Ministro degli Interni. Si chiedeva, con questa, l’immediata scarcerazione. E successive esperienze politiche ed altri brevi arresti di Lo Sardo. Ne parlarono i giornali siciliani e anche quelli napoletani. Continua a leggere

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SINTONIA CON SEBASTIANO SAGLIMBENI

di Franca Sinagra Brisca
sinagra-francaIntrattengo dalla mia Sicilia con Sebastiano Saglimbeni una relazione tecnologica, fatta di rade e-mail alternate a telefonate simili a quelle che si ricevono dai parenti d’oltreoceano, ricche di affettività colloquiale e gioiosa, con aggiornamento sui temidella nostra salute sempre a rischio, e sul lavoro creativo e nutriente; telefonate ricchissime di vitalità, che si concludono sempre con reciproci appelli a star saldi fra i marosi della quotidianità e con i saluti finali come se potessimo gesticolare la cordialità con lo sventolio di una mano. C’è sintonia tra il mondo ideale di Saglimbeni e la mia esperienza emotiva, forse perché ambedue segnati dalla Sicilia mitica dell’infanzia, dove solo io sono tornata a vivere, non lui che si è radicato da tempo a Verona. Vincenzo Consolo, amico di Sebastiano, scrisse che non si nasce in un luogo impunemente. Nonostante impennate anarchiche, ironie provocatorie, indagini irritanti e polemiche in veste socratica, traspare negli scritti del mio amico Saglimbeni una dolcezza incontenibile, un’estasi onnipresente, che scaturisce dalla memoria di campagne curate dalla sapiente mano umana, umanità che lavora in un tutt’uno col paesaggio, vissuto in origine e concretamente, nell’armonia della sua infanzia: lì è il fanciullino poeta, nato alla socialità stando accanto al padre contadino nel sole dorato del suo piccolo vigneto. Da un’aura mediterranea che potrebbe anche, con Carducci, farci sentire le cicale frinire, oppure le note della siringa di Pan l’eterno, scaturisce una sicura adesione sentimentale e costruttiva dell’uomo.

G.Valgimigli 2000

da sinistra: Mario Geymonat, Sebastiano Saglimbeni, Giorgio Valgimigli, Cosimo Cerardi… ACM Gallarate Concetto 2000

Saglimbeni ha attuato una scelta di vita di progresso, più simile all’ultimo ‘NtonineI Malavoglia, e da Verona per me a ogni contesto umano, e soprattutto espressivo, dell’afflato che fa emanare a un se stesso creativo, a quell’Isolamondo / Sicilia-paese natio, in cui direi che il suo spirito vive da sempre agiatamente e a pieno titolo.Traduttore elegante di alcuni classici latini e greci, “discepolo” di Tito Lucrezio Caro, questo Saglimbeni è entrato a far parte dei poeti che, traducendo si sono riappropriati della raffinatezza classica e l’hanno riprodotta per sé e il lettore nella loro poesia moderna, mutando le forme della lingua ma non gli assunti stilistici. Destino ineluttabile, questo, per i discendenti degli abitanti della Magna Grecia, come successe al corregionale Quasimodo, di riscoprire innamorati la particolare proporzione classica fra sentimento, ritmo e purezza della parola, con una riappropriazione di uno stile di pensiero e quindi di vita. I classici fanno della sua poesia, delle traduzioni e dei commenti, delle prose, una panacea intellettuale che attraversa il tempo e le stratificazioni ambientali, prendendo vigore dai campi e dalla creatività popolare contadina, palinsesto di storia e culture. Saglimbeni ha tradotto tutto Virgilio, le favole di Fedro. Di quest’ultima fatica, Newton Compton di Roma ha pubblicato, in 20 anni, quattro edizioni. Poi, Saglimbeni, con l’editorial Melvin di Caracas, ha pubblicato una traduzione dei frammenti e delle liriche di Alceo e Saffocon il titolo Amaranti di Lesbo. Credo che lasuaconoscenza della letteratura, non solo italiana, sia vasta. Il suo stile, come poeta, riecheggia, a volte,quello del poeta statunitense Walt Whitman. Saglimbeni, come un maestro, mi ha incitato alla scrittura e me la richiede, lui che ha insegnato realmente nelle scuole del Nord e del Sud, che ha frequentato maestri del secondo Novecento, come Paolo Volponi, Roberto Roversi, Mario Geymonat ed altri. Diversi anni fa, in Sicilia, candidato al Senato, l’ho votato, prima di conoscerlo personalmente, e ancora sono convinta della giustezza di quel mio mandato a rappresentare un progetto politico irrinunciabile anche per lui, sebbene oggi sembri in disuso. Non è un caso che a lui si debba la riscoperta delle lettere che dal carcere l’on. Francesco Lo Sardo, comunista siciliano martire dell’antifascismo, inviò ai familiari. Alla memoria di questi, io stessa imbeccata da Saglimbeni, ho dedicato per molto tempo la mia disponibilità. Saglimbeni, dopo la ricoperta di Lo Sardo, ha riaffacciato alla memoria degli Italiani il latinista Concetto Marchesi. Per il trentennale della sua scomparsa aveva curato e pubblicato i discorsi che il latinista aveva pronunciato, dal 1948 al 1957, alla Camera dei deputati, dov’era approdato come parlamentare. Nonostante l’incalzare dell’età, Saglimbeni continua a coltivare ed esercitare vivacemente il suo impegno civile, riconoscibile in tutta la sua opera, nella sostanza creativa delle sue immagini poetiche, nella prosa fluente di ambientazione e di forza vitale ragionatrice, sempre realistica. Succede, semel in anno, che la terra veneta ci avvicini fisicamente, per trascorrere due brevi ore in uno dei caffè nella “sua” Verona, dove è di casa in piazza Bra. Ed èsempre fonte di serenità scoprire quanto egli ami sentire intorno a sé la vitalità dell’amicizia, praticata in quel suo insediarsi a lungo nei caffè, affabile nel lasciarsi avvicinare da chiunque e godere della curiosità suscitata, farsi interrogare e stimolare, riconoscere vecchie conoscenze, condividerle e farne di nuove. E l’incontro diventa un’epifania, un discorrere incessante, un premuroso e fervido commercio d’intenti culturali. Dei suoi scritti e del suo parlare, letteralmente mi ammalia la percezione, immediata, della schiettezza morale, dell’orizzonte positivo e vitale, della tensione progettuale pur nel rigore dell’analisi. Homo novus atque classicissimus è l’amico Sebastiano Saglimbeni.

Franca Sinagra Brisca
31 luglio 2016

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