QUADRO ATTRAVERSO LETTURE DI UNA STRAGE DI STATO A PORTELLA DELLA GINESTRA

QUADRO ATTRAVERSO LETTURE

DI UNA STRAGE DI STATO

A PORTELLA DELLA GINESTRA*

di Sebastiano Saglimbeni

Da quando si perpetrò, in quel primo maggio del 1947, ad un anno della travagliata Costituente Italiana, la strage efferata nella piana di Portella della Ginestra, le scritture, generatesi in proposito, generiche, vacue, pure rigorose, tendenti a scoprire la verità, non si contano più e pure rischiano certo disinteresse da parte dei lettori. Tantissime scritture. Di recente alcune, a firma di valorosi giornalisti e di autori di storia, provano a far luce su quella strage definita di Stato. Che cagionò undici morti e una sessantina di feriti. Tanta gente (braccianti, ragazzi, donne con bambini in braccio e rappresentanti politici democratici) s’era portata nella piana di Portella della Ginestra per solennizzare la festa del Primo Maggio, la loro giornata e la loro ragione di essere e di esistere in qualche modo uniti.
Le scritture di cui sopra sono PORTELLA DELLA GINESTRA / Microstoria di una strage di stato di Giuseppe Casarrubea (Franco Angeli editore) e PORTELLA DELLA GINESTRA / La strage che ha cambiato la storia d’Italia (Teti editore) di Angelo La Bella-Rosa Mecarolo. Vuole questa seconda scrittura, costruita a quattro mani, classificarsi come un esito di riesame rigoroso eseguito sugli atti relativi all’Istruttoria e ai tre gradi di Giudizio del Processo riguardante quella strage di oltre mezzo secolo e sulle tante cronache della stampa quotidiana e periodica nonché costruita, questa scrittura, sui lavori della Commissione Parlamentare Antimafia e sulle carte rese accessibili presso la Direzione degli Istituti di Pena; e su altro. La prima scrittura di Casarrubea, dirigente scolastico a Partinico e storico, è stata costruita su carte, dopo quel tempo trascorso che sappiamo, che sono state desegretate “anche”, recita un servizio apparso sul periodico “Sicilia Autonomie”, numero 8, anno 2002, “su richiesta, rilevando e descrivendo i depistaggi sulla strage e i fatti scellerati tra pezzi dello Stato e della criminalità organizzata”. Si rileva da questo servizio a firma di Nino Emilio Borghese che “alcune delle affermazioni contenute nel libro hanno spinto un generale dei carabinieri in pensione, allora capitano, Roberto Giallombardo, a querelare l’autore” e che “i magistrati che si occupano del caso hanno rinviato a giudizio il prof. Casarrubea e che il 4 ottobre prossimo presso la Pretura di Partitico si aprirà il processo”. Non siamo documentati come e se si sia concluso questo processo di cui abbiamo saputo dal servizio di Nino Emilio Borghese. Ma qui giova ricordare che Casarrubea è, fra l’altro, autore di titoli come PORTELLA DELLA GINESTRA del 1957, FRA’ DIAVOLO E IL GOVERNO NERO del 1998, SALVATORE GIULIANO del 2002, studi, questi, sofferti e rigorosi, editi da Franco Angeli. Un vero studioso, pertanto, coraggioso, il cui padre, sindacalista, venne assassinato dalla banda Giuliano. Ma delineata questa parte, come premessa a questa nostra nota di ricognizione (così la definiamo) ci ricolleghiamo ad una scrittura firmata da Enrico Mannucci per il “Corriere Sette” del 31 luglio 2003. Pare limpida e tanto documentata. L’autore si rifà un po’ alla morte del bandito Giuliano che sarebbe stato ucciso dall’allora capitano Perenze Antonio. E precisa che il condizionale “avrebbe ucciso è d’obbligo perché quella fu la versione ufficiale, clamorosamente sbugiardata da Tommaso Besozzi, giornalista dell’Europero, in un celebre reportage che titolava sintetico Di sicuro c’è solo che è morto (nostro questo corsivo)”. Questo servizio di Mannucci è corredato di immagini. Una di questa mostra il signor capitano “accosciato davanti al cadavere del bandito”. Un’altra venne scattata due anni prima, esattamente il 14 luglio 1948, “all’uscita da Montecitorio: Antonio Pallante, uno studente catanese, ha appena sparato a Togliatti. Accanto al leader comunista in barella c’è una persona in divisa: è il medesimo capitano. A oggi, la presenza lì di Perenze era solo una voce, citata da Giovanni Gozzini in un libro del Saggiatore”. L’articolista continua e pone in rilievo la recente azione del regista, Paolo Benvenuti, scrivendo che “ha invece individuato la prova fotografica e che l’adopera nelle scene finali Segreti di Stato…, film che sarà proiettato al Festival di Venezia”. Il film, sottolinea Mannucci, “quasi un suggello per le ambizioni della pellicola: opera di scoperta e di ricostruzione storica, non solo spettacolo cinematografico”. Quell’uomo, nella valutazione di Mannucci, “un simbolo”, in quanto “torna sulla scena di due tra i più misteriosi episodi” di quella che fu “la prima Repubblica”. E, come tale, una “possibile chiave di lettura”, in quanto “Segreti di Stato” interpreta quella strage che si consumò a Portella della Ginestra, quando la banda di Giuliano aprì il fuoco su quella folla solennizzante il Primo Maggio 1947, e fa vedere le immagini altresì di quella fine misteriosa toccata a Gaspare Pisciotta, luogotenente, prima, e, dopo, forse, uccisore del cugino. I registi Benvenuti e Paola Baroni si sono spinti un po’ oltre quella vicenda ed hanno “ipotizzato una trama che va oltre i confini siciliani”. In altri termini, quella strage sarebbe stata politica, di quella politica al potere, quindi di Stato clerico-americano. Che paventava l’ascesa della sinistra, soprattutto quella togliattiana. Togliatti – se ne parla tardivamente – aveva inteso quella feroce manovra ed aveva – ad ammetterlo ora sono diversi – trovato il mittente. Il film è ora una testimonianza costruita con validi attori e tende ad indagare “documento dopo documento”. In questo pezzo del Mannucci il riferimento ai colpi sparati capovolge la tesi classica, secondo la quale, quella strage venne perpetrata dalla banda Giuliano. Così Mannucci: “Innanzitutto c’è l’incongruenza sul numero dei colpi sparati. 800 bossoli, recuperati stanno ai primi rapporti”. E, sempre, stando a questo servizio, sarebbero stati tanti “per essere stati esplosi solo dagli uomini di Giuliano dal monte Pelavet” e che “altri gruppi di fuoco dovevano essere sulla scena”. Quindi si interroga il nostro articolista se Giuliano l’avesse saputo. Se lo sono interrogati altri. A Giuliano alcuni magnati del potere politico e privato, della destra democristiana e fascista, avevano come iniettato l’odio spietato nei confronti dei comunisti, soprattutto per uno, un grande, Girolamo Li Causi, antifascista, condannato a diversi anni di carcerazione dal fascismo. A Giuliano interessava colpire questo grande esponente, oratore, in quel giorno primo maggio 1947, annunciato per il comizio, che doveva partecipare a quella folla povera, speranzosa e festosa convenuta nella piana di Portella della Ginestra. La strage che colpì quella povera gente “sarebbe stata una sorpresa” per il fuorilegge Giuliano che avrebbe fatto sparare “al di sopra della gente”. Testimonianze intense , “a caldo” confermano la sua reazione. C’è poi la storia dei “feriti-stando a referti recuperati da Benvenuti”- i quali confermano che i feriti furono più numerosi o feriti leggeri e misteriosi. O morti e feriti furono colpiti da armi che “non risultano nella ricostruzione: granate speciali, create per le operazioni dell’OSS, l’Office of Strategic Services, i servizi segreti USA di allora. Il filone nuovissimo imboccato da Benvenuti è qui. Con la presenza, a Portella, di ex membri della X Mas di Junio Valerio Borghese” che erano passati incolumi “attraverso le epurazioni sotto la protezione degli americani, in funzione anticomunista. E dagli americani armati e trasportati in Sicilia, con un volo a Bocca di Falco. Ipotesi esplosiva, si capisce bene”, con alla “radice di un infinito rosario di misteri negli anni avvenire”. Misteri che nessuna luce poté svelare, in quanto, uno dopo l’altro, morirono i protagonisti, e chi tra, questi, avrebbe potuto dire tanto fu fatto morire avvelenato: Gaspare Pisciotta, che aveva “annunciato” di raccontare tutto e di coinvolgere tanti grandi occulti del mondo politico e militare. E qui quella storia del caffè avvelenato. Che tale non fu, invece “ci sarebbe stato di mezzo, piuttosto, un medicinale, guarda caso, venduto solo in Vaticano. Altri morirono di pallottole. Di incaprettamenti. Di incidenti, di malattie” che poco convinsero. Scomparirà, diversi anni dopo, a Palermo, il Procuratore Generale Pietro Scaglione, colui che venne scelto a custodire una storia ardua, segreta di una testimonianza “di atti ufficiali”. Benvenuti vaglia con acume tante carte. In queste i “cattivi sono figure italiane degli ultimi cinquant’anni, Scelba, la Dc, i carabinieri collusi in mille modi con Giuliano o con la mafia, il Vaticano con dietro l’ombra Usa. Non resta fuori neanche il Pci”, ma viene – e pare giusto – fuori quel grande che abbiamo citato, Li Causi, il quale “capirà l’antifona e non tirerà mai corda per sapere come è andata” la storia, in effetti, quel primo maggio 1947 nella piana di Portella. Ancora, spigolando nel servizio di Mannucci viene fuori il nome di un altro personaggio, quello del deputato comunista, sin dalla Costituente, Giuseppe Montalbano, uomo rude, prima ancora che si fosse affermato Li Causi, “custode di opinioni esplosive – e non del tutto esplicitate- sui mandanti”. Segue un interrogativo, così formulato: “manca la risposta alla ripetuta domanda: un uomo politico, chi?” Segue uno spiraglio di luce consistente in un libro che Mannucci cita. È il libro di Massimiliano Griner dal titolo NELL’INGRANAGGIO (Vallecchi). In questo campeggia la figura di Mauro De Mauro “ex Mas, poi giornalista di sinistra, dentro ai misteri siciliani, amico di investigatori, contiguo al caso Mattei”, di cui si conosce la fine tragica e misteriosa. Ed infine la chiusa di questo pezzo che ci pare (parve, all’uscita, sicuramente, al lettore di diversa estrazione sociale e culturale) perfetto e documentato con queste impressioni e con queste uscite. “Quali riscontri per la missione degli uomini di Borghese? Possibile che Giuliano si facesse mettere in mezzo così?. Il disegno dei grandi complotti affascina ma va preso con cautela .Una delle figure che contano nel mazzo di carte del film, Giulio Andreotti, ha dettato una frase abusata e indimenticabile: ‘ pensar male si fa peccato ma a volte ci si azzecca’ ” .
Dell’altro? Ricordiamo – e non per un obsequium a Benvenuti – quanto nel 1964, nel Manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, ci riferì l’alunno detenuto Castrenze Madonia. Quanto ci riferì l’abbiamo scritto e pubblicato nel 1957 nelle prose I Domineddio. Fu durante l’ora di storia, con queste parole: “Nel mio romanzo è scritto che io né quelli della banda Giuliano abbiamo partecipato alla strage Portella della Ginestra…la mafia, la mafia, professore, quella che ci liquidò”. Noi le abbiamo riportate e pubblicate; un anno dopo, inviammo copia del libro a Castrenze ancora nel Manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. Respirò un po’ di contentezza. Verità quella che ci riferì Castrenze, detenuto intelligente e studioso, espressivo nei componimenti di italiano e scrittore inedito? Si può credere, parzialmente, visto che la banda c’era, non quella musicale, ma quella del fuorilegge Giuliano, il quale non avrebbe fatto colpire quella povera folla festosa? Castrenze frequentava la prima media unica, che era una sezione speciale per i detenuti, dipendente dalla Scuola media “D’Alcontres”.
Misteri sovrapposti, come nelle altre stragi che seguirono nel nostro Paese. Certo il film di Paolo Benvenuti capovolge l’epilogo dell’altro, di Francesco Rosi,1962. Benvenuti, si legge nel pezzo di Claudio Carabba, dichiara che non indica colpevoli e che non rappresenta “verità assolute”, ma che fornisce “indizi sulla base dei documenti” da lui vagliati e che “questo è il punto” che lo distanzia da Rosi, il quale aveva visto il bandito Giuliano come un massacratore che forse non è stato. “O ancora durante il processo”, continua Benvenuti, “di Viterbo, Pisciotta con una dichiarazione spontanea fece i nomi dei presunti mandanti di Portella o comunque coloro che erano, secondo lui, a conoscenza dei fatti. Sono il deputato dc Bernardo Mattarella, il principe Alliata di Montereale, l’onorevole monarchico Tommaso Leone Marchesano, l’onorevole regionale Giacomo Cusano Geloso e ‘pure il signor Scelba’. È tutta roba che si trova negli atti del processo. E invece Rosi nel suo film sfumò, parlò di ‘alte autorità’ o qualcosa del genere. Magari nel 1960 non si poteva far altro, ma il particolare continua a disturbarmi, anche perché si sta ragionando su uno dei classici del cinema italiano”.
Ora va consultato lo storico siciliano Francesco Renda, autore nel 2002 dell’elegante libretto SALVATORE GIULIANO con il sottotitolo Una biografia storica, edito da Sellerio. Si legge in questo, fra l’altro, un cenno su quello che era Portella della Ginestra prima della strage. E viene ricordata e descritta come un piccolo varco pianeggiante, dove, mezzo secolo prima (della strage), al tempo dei Fasci dei lavoratori, il medico socialista Nicola Barbato, “per eludere i divieti della polizia che non consentivano di comiziare dentro i paesi, soleva convocare le locali assemblee socialiste nel pianoro di Portella della Ginestra parlando ai convenuti da un sasso”.
Di qui la tradizione divenne una festa politica campestre che si protrasse per tutto il ventennio fascista, poi venne ripresa, subito dopo il secondo conflitto mondiale. “Anche il I° maggio 1947, giornata internazionale del lavoro, ma anche manifestazione celebrativa della vittoria del Blocco del popolo alle prime elezioni regionali del 20 aprile precedente…..”. Seguono nel lavoro di Renda diversi quesiti. Tra questi, quello su Scelba, come: “ era così ingenuo da non sapere o da non avere nemmeno una informazione indiretta sul come svolgevano il loro servizio quei due alti funzionari (Messana e Verdiani) della pubblica sicurezza?” E si risponde, lo storico: “Impossibile, perché Scelba era un ministro degli interni assai efficiente che l’Italia avesse mai avuto”. Per quanto concerne la tesi che indica colpevole di quella strage il bandito, Renda fa parlare il memoriale dello stesso Giuliano, inviato ai giudici della Corte di Assisi di Viterbo. “Non ho sparato”, si legge, “volontariamente contro quei poveri lavoratori: I – perché non sono disceso mai a tale bassezza di agire contro uomini inermi…..”. E qui si innesta la tesi dell’’errore. Infine, Renda giudica il film di Rosi una “rappresentazione più vera, più evocativa e fascinosa…,dove le immagini dicono più delle parole”. Ma ciò che può lasciare nel lettore certo sconcerto è una citazione di Renda, che prende in prestito dallo scrittore Steinbeck. Recita cosi: “La storia più bella è quella lasciata a metà”.
Noi abbiamo provato a ricordare quella strage, grazie alle carte sopraddette.

Questo testo, che riproponiamo per il settantesimo anniversario di quella infame strage e per la memoria, fa parte del mio volume Trapassato presente, edito dall’ “Archivio Concetto Marchesi” (tiratura limitata). Non l’avrei scritto se non mi avesse motivato il coltissimo e indimenticabile Matteo Steri.

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Concetto Marchesi dalla Resistenza alla Costituzione

DA: http://www.bresciaoggi.it/home/spettacoli/personaggi/concetto-marchesidalla-resistenzaalla-costituzione-1.5533878

Di Francesca Saglimbeni

«Oggi, da ogni parte, si guarda al mondo del lavoro come al regno atteso della giustizia. Tutti si protendono verso questo lavacro per uscirne purificati. E a tutti verrà bene: allo Stato che potrà veramente costituire e rappresentare l’unità politica e sociale dei suoi liberi cittadini; all’individuo che potrà finalmente ritrovare in se stesso l’unica fonte del proprio indistruttibile valore». Continua a leggere

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È MORTO IL PARTIGIANO JOHN

john-fCi ha lasciato dopo una lunga malattia l’amico della ACMG, Antonio Angelo Balzarini (Partigiano John), testimone attraverso il suo libro LE BRIGATE GARIBALDI 127A E 181A NEL GALLARATESE E IL PARTIGIANO JOHN (edito dalla ACMG) delle vicende resistenziali della nostra zona. Riportiamo qui di seguito uno stralcio del suddetto libro, poiché riteniamo non possa esserci migliore encomio per dargli il nostro ultimo saluto e abbraccio fraterno:

“Si conclude così il racconto basato sui ricordi del partigiano John, che vede la luce per la insistenza di alcuni amici. John quasi non avrebbe voluto, per la riservatezza che lo ha sempre distinto; infatti la sua preoccupazione è stata sempre quella di non parlare di sé.
Le vicende vissute da partigiano sono esposte con grande semplicità, quasi come sono uscite dalle sue labbra, con linguaggio corrente, senza pretese linguistiche, ma con sincero trasporto, ancora vive nella sua lucida memoria.
Quale che sia il risultato, dobbiamo essere grati a chi ci ha consentito di stendere queste memorie, che forse non rendono appieno i rischi e i pericoli che comportavano. È vero, la Resistenza è stata una lotta di popolo, ma è stata anche una lotta di piccoli gruppi, di singoli combattenti, come la 127a e 181 a e di giovani guidati dagli ideali di libertà e giustizia, come “John”, “Piccolo” e tanti altri.scansione0001
La Vittoria della Resistenza è stata possibile anche grazie al loro impegno, spesso anonimo, ma sempre considerato un insopprimibile dovere.”

L’Associazione Concetto Marchesi di Gallarate si unisce al cordoglio per la scomparsa del partigiano e si stringe al dolore dei famigliari.

John, che la terra ti sia lieve.

Gallarate 16 febbraio 2017

ACMG

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A 60 anni dalla sua scomparsa: VIVA CONCETTO MARCHESI!

 

 

C. MarchesiVIVA CONCETTO MARCHESI!

DA: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/cultura/Profili_1487096233.htm

di Sebastiano Saglimbeni

sebastiano ritrattoA Concetto Marchesi, un grande italiano, nella definizione dello storico Silvio Pozzani, sono stati dedicati in Italia scuole, strade, circoli ed associazioni culturali. È molto nota e fertile di incontri, l’omonima Associazione a Gallarate, fondata dal giudice onorario Matteo Steri e Osvaldo Bossi. Continua a leggere

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Lastoria dei Lager ritorna nei riconoscimenti d’Onore della Repubblica. Medaglia d’Onore al soldato IMI avv. Fortunato Germanotta.

Riceviamo e pubblichiamo volentieri l’articolo, inviatoci dall’amica della Associazione Concetto Marchesi Franca Sinagra Brisca,  sulla Medaglia d’Onore attribuita il 27 gennaio in occasione della giornata per la Shoah e consegnata ai figli dal Prefetto di Messina, a un soldato IMI, l’avvocato Fortunato Germanotta da Naso (ME). Fu un compagno iscritto al PCI nella federazione dei Nebrodi, al suo funerale, in tanti hanno partecipato indossando sotto la giacca un simbolo rosso. Quello dei soldati italiani prigionieri di guerra, deportati, dopo l’armistizio con gli Inglesi, nei campi di concentramento e sottoposti a ogni forma di umiliazione e di violenza è un altro volto drammatico della Seconda Guerra Mondiale. La storia di Fortunato Germanotta, è quella di uno dei tanti soldati divenuti improvvisamente solo un numero, uccisi dalla fame, dal freddo, dalle punizioni subite, così disperati, a volte, da preferire il suicidio. Forte d’animo, Fortunato Germanotta riuscì a resistere e, liberato nel ’45, tornò a casa, portando dentro di sé  i segni di un’esperienza terribile ma orgoglioso di non essersi piegato al volere dei nazisti.

La storia dei Lager ritorna nei riconoscimenti d’Onore della Repubblica. Medaglia d’Onore al soldato IMI avv. Fortunato Germanotta.

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Verso della medaglia – Nome e Cognome sono incisi sul retro

di Franca Sinagra Brisca

L’11 maggio 2006 il presidente Napolitano istituì una commissione per l’assegnazione delle Medaglie d’Onore ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra. Continua a leggere

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Gallarate il PCI ricorda i compagni Nino Cattaneo e Matteo Steri – il comunismo non è ignoranza, di M.S.

Domenica 22 gennaio 2017 presso la Cuac di via Torino 64, la sezione locale del rinato PCI, ha ricordato due compagni “conferendo ai famigliari  le tessere e gli attestati alla memoria, come riconoscimento del valido contributo dato dai compagni Nino Cattaneo e Matteo Steri alla ricostruzione del Partito Comunista Italiano e per l’impegno profuso per la sua riuscita”, il resoconto della mattinata è riportato sul sito della Federazione Varesina del PCI:

 https://pcifederazionevarese.wordpress.com/2017/01/23/gallarate-chiusura-del-tesseramento-2016-avanti-col-pci/

gaetano-nino-cattaneoHPIM1113Nino Cattaneo e Matteo Steri, due vite per il comunismo, a loro il riconoscimento della Associazione Concetto Marchesi di Gallarate.

Due compagni impegnati per un comune ideale di giustizia, libertà, uguaglianza, per un mondo senza oppressi, sempre collocati dalla parte dei più deboli, per una società diversa, giusta, una società comunista… Continua a leggere

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BUONE FESTE E BUON ANNO

L’ASSOCIAZIONE CONCETTO MARCHESI DI GALLARATE AUGURA A TUTTE E A TUTTI BUONE FESTE E BUON ANNO

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A partire dal gennaio 2017: … ricominciamo la pubblicazione integrale, su questo sito e con cadenza periodica, di: “Altri scritti” di Concetto Marchesi… e altre novità editoriali.

ASSOCIAZIONE CONCETTO MARCHESI GALLARATE

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